I nuovi leader

Che fine hanno fatto i grandi leader? È una domanda che, soprattutto nell’ultimo periodo, si sente ripetere sempre più di frequente. Dove sono finiti gli uomini carismatici che, alla testa dei loro popoli, sfidavano il fato per consegnarsi alla storia?
La risposta più ovvia si trova in un’immagine che periodicamente torna a girare su tutti i social, proprio per denunciare la scomparsa di queste figure, “tempi difficili generano uomini forti, tempi facili generano uomini deboli”. Ecco, con tutte le proporzioni del caso, l’assunto preso in considerazione non si sbaglia.
Riflettendoci, è poco probabile che ci sia carenza di uomini carismatici, capaci di guidare le masse con una leadership forte e risoluta. Ma è proprio questo il punto, ne si sente davvero la necessità?

Grandi leader non si nasce, lo si diventa adeguandosi ai tempi ed alle sfide, se questi lo richiedono.
Churchill, forse, il più grande leader che la storia del 900 ha consegnato, prima della II Guerra Mondiale non aveva più molto credito, eppure affrontò con grande capacità tale sfida.
Forse furono le richieste del mondo esterno a creare le condizioni per l’evolversi di un ricercato crescere politico di certi personaggi.

Attualmente non esistono grandi guerre, imprese cavalleresche. Fortunatamente, oserei.
I leader del XXI secolo non hanno la necessità, o capacità intellettuale, di dover essere condottieri in groppa ad un cavallo bianco.
Il mondo di oggi è troppo complesso, in quanto un solo individuo può produrre dei cambiamenti. La leadership di oggi ha la necessità di essere un organo collegiale, composto da una moltitudine di esperti nel proprio settore che hanno spiccate doti collaborative.
Un ottimo esempio potrebbe essere Nelson Mandela. Egli aveva una missione, talmente ben distribuita che, persino durante la sua prigionia, riusciva a fomentarne la lotta. E, anche una volta giunto al potere, fece una scelta in quella direzione. Avrebbe potuto dire: “Bene, ora sono fuori, prendo in mano il Paese come un dittatore”. Non lo fece. Instaurò, invece, una politica basata sulla collaborazione con molte persone, pur sapendo che questo avrebbe potuto procurargli dei nemici o dei concorrenti.
Un leader è una persona capace di mobilitare una fetta di popolazione al fine di raggiungere risultati straordinari. Le persone possono fare cose che non immaginavano o che non consideravano di poter fare, ma che si ritrovano così trascinati in una visione o missione, al punto di desiderare di seguire il loro leader. Ciò che è fondamentale prendere in considerazione è che, nel momento in cui ti ritrovi ad assumere il ruolo di leader, devi riuscire a mobilitare. Devi avere persone motivate, che pensano che il loro contributo abbia un valore e che quello che ottengono non sia qualcosa che chiunque potrebbe fare, ma qualcosa di straordinario. Esistono molteplici leader in svariati settori, nel privato e nel pubblico, e la cosa che di comune questi condividono grande è la capacità di trascinare e di articolare il pensiero circa la missione e le ambizioni in modo da convincere diversi stakeholder. Si possono mettere nei panni dei vari stakeholder, pensare come loro e descrivere loro la missione in un modo tale da allinearli. E sanno come cambiare il modo di lavorare sì da raggiungere un risultato eccezionale. In genere non si limitano a guidare la loro organizzazione ma anche il loro ecosistema, il loro network.
In questo momento, in una società multiculturale, in cui gli interessi sulla posta in gioco si toccano fino a confondersi, non si avverte più la necessità di un primus inter partes, che si prenda la responsabilità delle azioni, ma di una leadership carismatica e diffusa, che riesca a racchiudere al suo interno tutte le correnti e che possa, di seguito, produrre un dogma, nella cromatura delle sfaccettature ed interessi individuali.
È anche vero che le popolazioni si sentono spesso smarrite in assenza della guida di un leader popolare e tale senso di smarrimento si fa più frequente e pesante negli ultimi tempi. A guardare i capi delle maggiori potenze mondiali ed i trend di preferenza, sempre più in salita sono quei soggetti che richiedono una leadership personale piuttosto che un’azione di comando diffusa.
Per impedire di sentirsi legati alla necessità di un capo che guidi e offra un orientamento in tutto e per tutto, bisognerebbe cominciare ad imparare ad autodeterminarci. Tutti gli uomini dovrebbero cominciare a prenderesi delle piccole responsabilità. Per salvare il mondo conta più l’azione individuale piuttosto che l’immobilismo nell’attesa di una qualche indicazione dall’alto.
Non si è ancorati all’epoca del gaucho al cavallo, ma quella dell’intelletto, della sussidiarietà e dell’individualismo. Imparando ad essere leader del proprio finito spazio vitale, si potrebbe diventare dei buoni leader anche per l’ambiente di cui ci si circonda. Nell’insieme tutti piccoli ingranaggi di una macchina più grande, l’umanità, che ha bisogno della sincronia totale per esprimere tutta la sua straordinarietà.

Arte e cultura: tesori che non tramontano mai

Giuseppe Momo, Scala elicoidale ai Musei Vaticani, 1932 | Courtesy Musei Vaticani

Ci stiamo lasciando alle spalle una situazione surreale che ha colpito ogni Paese del mondo: dalla Cina, alla nostra amata Italia, passando da Francia, Spagna, America, e potrei elencarli tutti quanti, ma sarebbe inutile. Inutile perché abbiamo affrontato una pandemia improvvisa che ha sconvolto non solo la vita sociale dell’essere umano, in ogni angolo della terra, non solo il sistema economico che arricchisce un paese, ha colpito anche il valore della cultura e dell’arte. Io amo l’Italia con tutti i suoi pregi e difetti, è il mio Paese d’origine, e lo amo in ogni sua sfaccettatura. Inoltre, per me, è uno dei paesi che racchiude un patrimonio artistico-culturale che è invidiabile. Ognuno di noi si è dovuto adeguare al lock down e alla reclusione in casa: ci siamo dovuti reinventare sia dal punto di vista lavorativo, sia dal punto di vista di occupare, in qualche modo, il tempo libero. Quest’ultimo ci consentiva di fare tutte quelle cose che ci regalavano ore di relax e spensieratezza. L’Italia si è dovuta arrangiare ad innovarsi, a fare quel salto di qualità che avrebbe dovuto fare da tempo, come molti paesi già all’avanguardia, a livello tecnologico, hanno fatto ancor prima di noi. Senz’altro sarebbe stato meglio reinventarsi in una situazione di “normalità” e non “sotto attacco” da pandemia, ma meglio tardi che mai: questi sono i risvolti positivi che una “guerra”, non ancora totalmente finita, si lascia alle spalle. 

Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l’Art. 27 sancisce rispettivamente due commi:

“1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici; 2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore”. 

E vorrei proprio partire da qui, perché l’Italia ha saputo fronteggiare l’emergenza anche sotto l’aspetto culturale, rendendosi moderna nell’innovazione di mettere on line tutti quei luoghi affascinanti che si vanno a visitare durante un viaggio rilassante: i musei. Eh bene si, comodamente dal divano di casa, si potevano visitare i principali luoghi d’arte siti nel nostro territorio. Le gallerie più prestigiose si sono ritrovate ad “aprire le porte”, gratuitamente, a tutti coloro che volevano riempire il vuoto di una quarantena che poteva risultare ingestibile e claustrofobica per certi versi. 

Fermatevi e pensateci un secondo: piuttosto che recarsi in agenzia viaggi e organizzare il proprio tour in giro per una determinata Città, per la prima volta in vita nostra, siamo stati noi padroni del nostro tempo e della nostra fantasia. 

“Cosa hai fatto Oggi?” “Bhè, sono stata a spasso con il direttore.”

L’idea che mi ha colpito di più in assoluto, è stata quella del Museo Egizio di Torino. Personalmente ho visitato questo luogo affascinante e ricco di sculture. Christian Greco, il direttore del museo, attraverso il canale YouTube dello stesso, entra negli smartphone o nei tablet delle nostre case, regalando un appuntamento con i visitatori virtuali, creando l’evento “Passeggiate del direttore”, dove si riesce a vedere e sentir commentare, dal direttore stesso, la più grande collezione egizia tra quelle più importanti al mondo.  

Anche Milano, nonostante sia stata messa in ginocchio maggiormente rispetto alle altre Regioni Italiane, è riuscita a risollevare l’umor con #storieaportechiuse: una raccolta di racconti sulle collezioni, le innovazioni e l’attualità scientifica con immagini inedite dei giorni nostri. 

Ma ciò che mi ha fatto riaffiorare bei ricordi è stato il pensare ai Musei Vaticani, alle lunghe file interminabili fatte per visitare un luogo affascinante e versatile, che mi ha fatto innamorare di ogni centimetro delle sue mura. Il pensare che si poteva sorvolare a tutto questo facendo un semplice click su un link mi ha fatto sorridere: con i suoi sette percorsi differenti si è potuto entrare a riscoprire tutti i capolavori racchiusi nella possente struttura, e pensare di finire poi il percorso entrando nella magnifica Cappella Sistina.

Dalle grandi guerre, pandemie e tragedie si può sempre riscoprire un lato positivo, basta avere solo inventiva, immaginazione e fantasia, grazie a tutto questo le nostre giornate sono diventate più leggere e sopportabili. D’altronde non poteva arrestarsi il fascino di luoghi magici che per un paio d’ore ti fanno evadere dalla solita routine per catapultarti in un modo che non tramonterà mai.

Si usa uno specchio di vetro per guardare il proprio viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”

George Bernard Shaw

Scarcerazione sì, scarcerazione no. Quanto siamo “civili”?

Questo virus ci renderà migliori. Quante volte l’abbiamo sentito ripetere da quando è scoppiata l’emergenza? A farmi riflettere su questo aspetto è il caso delle carceri italiane, un enorme bubbone che, pompato e pungolato dall’attenzione mediatica riguardo le scarcerazioni “ingiuste”, ha aperto la porta ai commentatori seriali. Scarcerazione sì, scarcerazione no, “devono marcire in galera”, “hanno tolto la vita a della gente, non meritano di tornare a casa”. La pancia fa urlare o, in questo caso, digitare spasmodicamente la propria riflessione per affidarla ai social, un enorme pozzo che può facilmente “inquinarsi”, basta una goccia perché tutto si contamini in modo virale. Sarà che la questione dell’etica sull’utilizzo dei social mi sta molto a cuore, ma seguire i commenti sulle scarcerazioni mi ha lasciato molto amarezza. In primo luogo perché il commentatore seriale, nella maggior parte dei casi, disconosce alcuni meccanismi del nostro sistema giudiziario e penitenziario, in secondo luogo perché mi sono chiesta se, dopo aver “avvelenato il pozzo” quello stesso commentatore seriale si sia sentito una persona migliore.

Galeotta è stata la scarcerazione di un boss detenuto in 41bis a Sassari a causa dell’emergenza Covid-19, malato da tempo, situazione che ha fatto propendere i giudici del Tribunale di Sorveglianza per la sostituzione del regime di detenzione in carcere con i domiciliari, in assenza di alternative valide. In questi casi, infatti, è il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (il Dap) che, sollecitato dai giudici competenti, dovrebbe rispondere fornendo disponibilità di una struttura carceraria idonea a curare il detenuto. In questo preciso caso, la risposta del Dap non è arrivata e dunque il boss è stato mandato a casa. La risposta “politica” è stata quella di far saltare la testa (per usare una metafora) del capo del Dap, Basentini. Ma sappiamo che questa è solo la punta dell’iceberg di un sistema che andrebbe a mio avviso totalmente rivisto.

L’Italia è stata più volte bacchettata dalla Corte di Strasburgo circa il sovraffollamento delle carceri, questione acutizzata dall’emergenza coronavirus. Come impedire la diffusione dei contagi se, in alcuni casi ci ritroviamo al limite della proporzione, minima, di 4mq per detenuto nelle celle multiple? (Rapporto sullo spazio vitale stabilito dalla sentenza Cedu “Torreggiani”). Come garantire il diritto alla salute a questi esseri umani se, in molti casi non vi sono risorse per garantire assistenza sanitaria h24 dentro le mura? Perché sì, dobbiamo ricordarcelo che sono esseri umani e non carne da macello, tanti soffrono di patologie o dipendenze, vanno curati in ogni caso. Come tutelare i sanitari e gli agenti penitenziari che prestano servizio in carcere tra mille difficoltà e carenze di organico? Neanche loro sono carne da macello. E’ chiaro che vada salvaguardata la salute di tutti, nessuno escluso.

Mi piace ricordare che il metro di misura per una società civile degna di essere definita tale è l’umanità. Se un assassino ha ucciso e viene condannato (IN VIA DEFINITIVA), deve scontare la sua pena, deve essere rieducato-per quanto possibile- all’umanità. Lo stesso dicasi per tutti quelli che commettono reati tra i più vari: vanno rieducati, devono riappropriarsi di una coscienza civile. Lo prevede la nostra Costituzione all’articolo 27. Ricordiamolo quando sventoliamo il diritto di esprimere liberamente un’opinione, quando ci sentiamo “migliori”.

Ricordiamoci che il Tribunale della Santa Inquisizione di Facebook non può emettere sentenze contro indagati o detenuti in custodia cautelare. La custodia cautelare in carcere è sempre un’eccezione e non la regola: proprio per questo, se in tempo di coronavirus, qualcuno ha beneficiato della sostituzione della misura con una meno afflittiva, non va colpevolizzato. Aspettiamo una condanna definitiva prima di giudicarlo colpevole (ce lo ricordano sempre i nostri Padri Costituenti sempre all’articolo 27).

 Umanizziamoci.

Elogio alla Bellezza

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“Se si insegnasse la Bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla Bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Cosi scriveva Peppino Impastato, giornalista e pensatore libero, ancor prima che simbolo di lotta contro la mafia.

Ma cos’è la Bellezza? Domanda forse banale ma in un mondo iper-tecnologico, dominato dalle mode, dagli status symbol, parlare di educazione alla bellezza è fondamentale.

Avete ragione, però, ad affermare che il bello sia soggettivo. Una somma di tanti fattori, come le nostre esperienze, il contesto culturale, il nostro stato d’animo, la qualità delle nostre emozioni.

Spesso confondiamo nell’immaginario collettivo ciò che appare con ciò che è bello però. Seguiamo i canoni sociali diffusi, i bisogni indotti da una cultura del conformismo, la competizione serrata. Così corriamo il rischio di scambiare ciò che è bello con ciò che piace a tutti, uniformando un concetto che in realtà è l’apoteosi della personalizzazione.

Educare alla Bellezza per tornare a meravigliarsi. E sapersi meravigliare per vedere il bello.

Se ci pensiamo bene, quelle che vediamo come epoche d’oro, hanno investito tanto sul bello. Sulla bellezza degli spazi e dell’ambiente che ci circonda. Firenze, Roma, Parigi..

La bellezza non è confinata nelle mura di un museo, alla portata solo dei dotti.

Di bellezza ci si nutre. Passeggiando per luoghi belli non vi capita di sentirvi meglio?

Ma educare alla Bellezza non è semplice. Per cominciare, è indispensabile riconoscerla e molto spesso riconoscerla è la parte più complicata della faccenda: una matassa, sempre identica e altrettanto ingarbugliata, di difficile soluzione e comprensione.

Educarci alla Bellezza non è come imparare mnemonicamente l’alfabeto o le tabelline. Bisognerebbe abituarci al bello ritagliando del tempo alla routine per cercarlo nel quotidiano, nella semplicità, nella natura. Solo attraverso questo allenamento ci si aiuta a sviluppare quel “senso”. Non si tratta, dunque, solo di soffermarsi alla percezione estetica, ma imparare a rintracciare nella realtà una qualità positiva. Ciò porta a vivere e sperimentare un’esperienza verso il bello, maturando un elemento fondamentale: il senso critico su cose, persone, situazioni.

Bisogna partire dai bambini, dal futuro. Insegnarli a trovare la loro personale forma di bellezza che li faccia affrontare col sorriso la quotidianeità.

Ma anche gli adulti dovrebbero uscire dal loro mondo disilluso e staccare l’orologio dell’età. Togliere l’orologio, come fanno i cinesi prima della cerimonia del tè, perché la Bellezza ha a che fare con l’eternità.

“La bellezza salverà il mondo”

Fëdor Dostoevskij

Dittatura moralista: Il politicamente corretto

“L’espressione politicamente corretto designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone. Qualsiasi idea o condotta in deroga più o meno aperta a tale indirizzo appare quindi, per contro, politicamente scorretta.” 

Questa è la definizione che si trova se si va a fare una ricerca su internet sull’argomento in questione. 

Tale espressione nasce da un movimento delle università del Mitchigan (USA) che durante gli anni 80 proponevano, nel riconoscimento del multiculturalismo, la riduzione ovvero la sostituzione di alcuni termini che venivamo reputate come offensive o discriminatorie. 

Così con il passare del tempo, a livello mondiale, vista la nobiltà dell’idea, divenne quasi un must. 

In questo modo i termini discriminatori (es. Negri, Froci, Zingari, Handicappati ecc…) vennero sostituiti da termini consoni e corretti (es. Persone di colore, Omosessuali o Gay, Nomadi, Persone diversamente abili ecc…) 

Il problema, nell’analisi appena fatta, non viene assolutamente a sorgere. Anche perché è anche corretto che non si usi il dispregiativo per “additare” una persona che ha stessi diritti, doveri e dignità sociale. 

Ma il problema sorge con il moralismo “scorretto” dei più forti e convinti sostenitori del “politicamente corretto”. Come quasi a mettere un bavaglio alle bocche delle persone che esprimono un parere o una considerazione. Come se ad oggi qualsiasi cosa sia sbagliata nei confronti di qualcuno o qualcosa. 

Certo, ad oggi, vivere nell’era dei social network (dove si garantisce a chiunque un elevato grado di diffusione, condivisione e aggregazione di idee, opinioni e creazioni) non è affatto semplice: vuoi perché la troppa libertà possa far sbarellare le persone; ma una cosa è la libertà di dire e contraddire quello su cui si è d’accordo, altro è imporre un’idea che si ritiene giusta. 

Ma chi dice che un’idea, un discorso, un pensiero sia giusto piuttosto che un altro? Davvero siamo arrivati al punto che un idea moralista possa reprimere la libertà di manifestazione del pensiero? La Carta Costituzionale, in vigore dal 1948, vede riconosciuto, all’interno dell’articolo 21, proprio la libertà di manifestazione del pensiero attraverso la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Una libertà garantita dopo un ventennio dove l’ideologia era imposta e la censura regnava sovrana.

Siamo arrivati quasi al punto di dover camminare in punta di piedi nei discorsi che si esprimono, nei post che si pubblicano, nelle canzoni che si cantano, nelle battute che si fanno. Viviamo nella dittatura del corretto moralismo. 

La satira, che nella letteratura greca e latina trova le sue fondamenta, sta per trovare la sua estinzione nell’era del politicamente corretto. 

In questi giorni siamo stati invasi, almeno a mio parere, da un’inutile polemica tra “Striscia la Notizia” e Giovanna Botteri, inviata del TG3. 

Il telegiornale satirico è stato oggetto di critica per un servizio dove, si parlava della giornalista e del suo modo di acconciarsi e vestirsi nei collegamenti. Ora, sappiamo tutti che la trasmissione di canale 5, anche se alle volte vada giù pesante, è pur sempre una trasmissione satirica, leggera e divertente, e una polemica così esagerata, specialmente in tempo di Covid19, era evitabile. La stessa conduttrice del telegiornale satirico, Michelle Hunziker, nota a tutti per il suo impegno e per essere la fondatrice di un’associazione contro la violenza sulle donne, è stata additata come complice di una situazione inesistente solo per aver fatto il suo lavoro, e come incoerente perché non si è dissociata.

Ma ovviamente le due donne sono state molto più intelligenti dei moralisti che scrivono sul web e vanno nei salotti televisivi a dettare lezioni di vita: la giornalista, attraverso un video inviato alla conduttrice, ha spiegato che “né se si è sentita attaccata e né che debba accettare delle scuse per una baruffa inesistente”

La macabra e triste domanda, a questo punto, è: per quanto ancora nei discorsi tra amici e parenti, nei concerti, in tv o in qualsiasi avvenimento pubblico, dovremo tapparci la bocca per paura di offendere qualcuno, pur parlando in maniera scherzosa e ironica?

Non sono un sostenitore del politicamente corretto e sono anche convinto che sia uno dei mali della nostra già povera società. Crea incomprensioni, falsifica la realtà, forma degli individui buonisti e moralisti, e talvolta crea odio che nasce dalla mancata comprensione del pensiero altrui per imporre quello che per altri è giusto.

In parole povere: Politicamente Corretto è sinonimo di pensiero omologato. Ma che poi, chi dice che quel pensiero sia giusto?

Italexit? Riflessioni a chiare lettere…

In questi mesi di quarantena, nei quali si è molto discusso di BREXIT e degli aiuti che l’Europa doveva inviare e dei comportamenti tenuti delle istituzioni europee e dagli altri paesi dell’Unione Europea, in un momento cosi difficile e delicato per il nostro paese, in un clima di crescente anti-europeismo, mi sono voluto fermare a riflettere e tirare le mie conclusioni: se domani si votasse un referendum per l’Italiexit, che cosa voterei?

Dalle mie riflessioni sono giunto ad una conclusione, se l’economia, le banche ed i mercati non hanno un’anima e vivono secondo principi utilitaristici, per me i popoli, le nazioni, la storia del vecchio continente un’anima ce l’hanno e questa prevarrà, prevarrà perché il sangue versato ed i muri abbattuti, per tutti noi hanno dei significati profondi, sono delle cicatrici che ogni volta che le sfioriamo ci fanno male e ci ricordano a chi e a cosa dobbiamo la nostra libertà. Potrei incentrare questa riflessione sull’economia, le scelte politiche, le condizioni geopolitiche, le opportunità, l’Euro ecc ma invece voglio affrontare un altro lato del quale si parla poco, quello umano, storico e valoriale.

L’Unione Europea, un’istituzione relativamente giovane, debole, controversa e divisa su tutte le scelte economiche,  largamente criticata, ma che ha garantito il periodo di pace più lungo che il vecchio continente abbia conosciuto.

Noi oggi viviamo in un’epoca nella quale valori e libertà fondamentali come la democrazia, la libertà, la tolleranza e l’uguaglianza, ci sembrano scontante, ovvie e analizziamo i fatti con gli occhi ed i pensieri di chi la guerra non sa neppure cosa sia, eppure, non dobbiamo dimenticare che la nostra pace è stata costruita con un tributo di sangue senza precedenti. Non pensate solo alle lotte perpetrate nella seconda guerra mondiale, ma anche, ad esempio, alla rivolta di Budapest, alla guerra fredda e alla caduta del muro di Berlino, alla guerra nei Balcani, sono tutti eventi che hanno contribuito a formare quello che oggi è il mondo in cui viviamo.

Le stesse libertà e gli stessi valori che noi diamo per scontanti ancora, purtroppo, non sono minimante concessi in moltissimi paesi del mondo ed in molti altri vengono continuamente messi in discussione e ridimensionati, per favorire ritorni a forme di governo sempre più autoritarie.

E’ vero, ci sono parecchie cose che di questa Europa non vanno, un’istituzione bloccata su vincoli economici, nei quali i paesi del nord, ad oggi, “spadroneggiano”, a discapito di quelli del sud, ma di chi è la colpa? Chi ha posto il nostro paese in queste condizioni se non i governi che si sono succeduti nel corso del tempo?

È sicuramente più facile scaricare le responsabilità dei nostri problemi nazionali sugli altri, aiuta la politica a distrare il dibattito, identificando un nemico esterno per distogliere l’attenzione dalle proprie responsabilità, è un’offesa all’intelligenza umana, volta a dare un nemico alla frustrazione di chi non arriva a fine mese, di chi non riesce a trovare un lavoro, di chi si trova in una situazione di povertà o disagio sociale grave.

Pensare che noi popolo italiano non possiamo cambiare l’Europa che oggi conosciamo, pensare che uscire sia la soluzione ai nostri problemi, sentirci inferiori ad altre nazioni che citiamo sempre come esempi, è la cosa più sbagliata che possiamo fare, dobbiamo conoscere, capire e metabolizzare la storia del nostro paese e del nostro popolo, per comprendere che gli altri non stanno facendo altro se non quello che i nostri avi gli hanno insegnato e che noi, purtroppo abbiamo dimenticato. Ricordiamoci – sempre – che mentre noi eravamo Roma, gli altri erano barbari.

Dobbiamo studiare per capire e comprendere che per essere più forti in Europa serve riconoscersi in una forte identità nazionale, serve capire che se il patriottismo è un valore, il nazionalismo è un disvalore e dobbiamo farlo proprio ora, nel momento in cui molti ancora accostano e utilizzano come sinonimi termini cosi distanti ed in antitesi l’uno dall’altro.

L’amore per la patria, viene da lontano, viene dalla lotte risorgimentali contro le invasioni straniere, viene dall’amore di un popolo che lotta per la propria libertà, è un atto d’amore verso una comunità nazionale nulla a che vedere con la folle visione estrema di supremazia nazionalista, anzi, tenderei a dire che ne rappresenta il principale antidoto.

I valori, le idee, vanno coltivati quotidianamente con la cultura, il sapere ed i comportamenti. Ogni giorno dobbiamo lavorare per rafforzare valori fondamentali ed inalienabili come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza e la tolleranza, nella consapevolezza che qualsiasi spinta antidemocratica, nazionalistica o di estremismo religioso, potrebbe essere una minaccia alle nostre libertà individuali ed al nostro modo di vivere.

La storia ci ha insegnato che nulla dura in eterno, qualsiasi periodo storico prima o poi muta, in meglio o in peggio, nulla va dato per scontato comprese la pace e le nostre libertà individuali e l’Unione Europea, in quest’ottica, costituisce la nostra garanzia principale. Pensate ai più grandi imperi della storia nel picco del loro splendore, chi in quei momenti pensava che sarebbero finiti?

L’Italia e gli italiani, il nostro “genio”, la nostra creatività, rappresentano il sale di un’Europa che deve ancora veramente sbocciare.

La storia, come la politica o si fanno o si subiscono e per farle bisogna esserci, bisogna dire la propria, combattere per le nostre idee.

Il passato serve a raccontarci il nostro presente e darci le basi per scrivere il futuro della storia e quel futuro lo possiamo scrivere solo se lo immaginiamo, solo se lo sogniamo, solo se guardiamo avanti, solo se…guardiamo oltre!

Historia magistra vitae

Fermiamoci un attimo e immaginiamo.

Immaginiamo un  Mondo che vive in un’epoca dorata, una  situazione economica rosea per tutti. Indice di tale benessere e di una diffusa fiducia verso il futuro è la crescita veloce, velocissima, della popolazione.

Il clima è mite e le stagioni sono ben definite. Nuove rotte commerciali favoriscono una crescita orizzontale dei prodotti e la loro globalizzazione. L’ultima grande guerra sembra quasi un ricordo.

No, non ci troviamo a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio. Ci siamo spostati un po’ più indietro. Nel XIII secolo precisamente. L’epoca di Dante, di Marco Polo. L’epoca in cui si inventano le banche e le università.

In questo periodo di “ozio” forzato, leggendo del passato, si è fatta forza nella mia mente la famosa frase di Cicerone, “Historia magistra vitae”.

Ma perché dovrebbe importarci cosi profondamente di avvenimenti di quasi un millennio fa?

Perché oggi in un mondo che procede alla velocità della luce rispetto già solo al secolo scorso dovremmo affidarci e consigliarci con avvenimenti passati?

Ci soccorre Gianbattista Vico ed i suoi “corsi e ricorsi storici”.

 Ciò non significa, come comunemente si interpreta, che la storia si ripeta. Al contrario, vuole piuttosto significare che l’uomo è sempre uguale a se stesso pur nel cambiamento delle situazioni e dei comportamenti storici. Ciò che si presenta di nuovo nella storia è solo paragonabile per analogia a ciò che si è già manifestato.

Ed è cosi che si arriva ai tempi nostri. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito a dei cambiamenti radicali, non solo nel nostro modo di vivere ma anche nel mondo che ci circonda. Crisi economica, cambiamenti climatici e per ultima la pandemia da COVID19. Sfide che ci sono apparse e che ci appaiono tutt’oggi insormontabili, nonostante ciò, calandoci nel  ruolo di  semplici osservatori vediamo che quello che stiamo vivendo nelle ultime due decadi è già accaduto.

Ci localizziamo nel XIV secolo. La popolazione sempre crescente mette in crisi la produzione dei beni di prima necessità e si cominciano ad avere le prime carestie, ma l’uomo indomito, comincia a spingersi anche verso terreni poco produttivi per sopperire alle mancanze, terrazzando finanche le montagne. A dare un colpo netto alle speranze, ci si mette il clima. Sarà un’epoca conosciuta come “La piccola era glaciale”. Giusto per intenderci la Senna o il Tamigi ghiacciavano interamente.

Le grandi guerre considerate ormai lontane tornano con una forza immensa. Sarà il secolo della guerra dei cent’anni, tra inglesi e francesi. Per finanziare queste guerre i signori crearono un enorme debito verso le banche che prestavano di buon grado dei soldi ai Re salvo poi fallire quando questi non potevano più pagare i debiti. Innescando una profonda crisi economica.

Nel 1300 il mondo viene scosso a più riprese dall’ epidemia di peste. Il sistema collassa, la popolazione è dimezzata!

Ancora, perché dovrebbe importarci così profondamente di avvenimenti di quasi un millennio fa?

A mio avviso le analogie sono lampanti. Noi come loro stiamo vivendo un periodo di profonda recessione, di crescita demografica incontrollata, di cambiamenti climatici (e sta volta lo zampino ce lo abbiamo messo anche noi) e giusto per non farci mancare nulla ci siamo concessi anche una pandemia.

“Historia magistra vitae” torna nel suo significato più forte. Cosa possiamo prendere come insegnamento da avvenimenti cosi lontani eppure così simili ai nostri?

Nel XIV è indubbio che la popolazione non si arrese. Ad ogni minimo spiraglio si provava e ci si ingegnava a ripartire. Nasce la borghesia e si cominciano a gettare le basi per quella che sarà la rivoluzione francese. I nuovi borghesi vogliono abiti nuovi e le sartorie pregiate, per sopperire alla crisi del settore,  si attrezzano anche per la produzione di abiti a buon mercato. Il calo demografico nei conventi, quelli maggiormente colpiti dalla peste, porterà alla ricerca ed alla successiva invenzione della stampa a caratteri mobili, data la scarsità nel reperire amanuensi. In tutto il mondo si avverte una profonda voglia e spinta per non soccombere al corso degli eventi.

Di lì a poco assisteremo alla nascita di un’epoca di massimo splendore, il Rinascimento.

È qui che la storia si fa maestra di vita, per noi moderni, proiettati sempre al futuro ma con una scarsa memoria storica. Ci siamo fossilizzati in locuzioni mentali che ci hanno reso convinti di non poter intercedere con vostra signora provvidenza. E cosi abbiamo perso ogni voglia, ogni spinta a voler ripartire.

È qui, che la storia ci insegna che dei popoli con scarsi mezzi, con scarse conoscenze, hanno sempre avuto l’ardire di reagire ai tempi avversi. Questo sentimento deve essere il nostro maestro. Ci sono ancora milioni di nuovi orizzonti da scoprire, milioni di esperienze da vivere e di cose da inventare.

Perché “la felicità si può trovare anche nei tempi più oscuri, se solo ci si ricorda di accendere la luce”

E allora uomo alza la testa.

Fatti nuovamente creatore.

Sii degno del tuo passato.

Sii degno di essere Essere Umano.

Ci rivedremo, ne sono sicuro!

E sotto un cielo stellato ammireremo un nuovo Rinascimento.

Il mio undici

Sono stato indeciso fino all’ultimo sulla tematica da affrontare in questo periodo per condividerla con amici e lettori. Non nascondo che la volontà iniziale fosse quella di approfondire un pensiero riguardo ciò che sta accadendo, ma sarebbe sbagliato, anche, negare come sia sorta in me una romantica idea di distrarvi, così è prevalsa quest’ultima.


Sta spopolando su Instagram una nuova challenge, chi mi conosce lo sa, non sono molto portato per l’attività sui social, ma in questa circostanza (ahimé) sono costretto a rivalutare il mio pensiero antisocial, visto che questi hanno reso questa quarantena sicuramente più tollerabile; la challenge consiste nel scrivere il proprio 11 ideale. Chi, come me, appassionato di calcio, avrà sicuramente immaginato questo “squadrone”, pertanto oggi vorrei raccontare il mio.


Iniziando dalla fine, dal ROMAnticismo di cui parlavo, nel mio 11 ideale il numero 10 che non potrebbe mancare in assoluto è Francesco Totti. Sarebbe superfluo per un tifoso romanista, spiegarne il motivo, semplicemente il giocatore italiano più forte di sempre. Posta la base su cui tutto girerà passiamo al modulo: 4 3 1 2, il motivo di questo modulo, in realtà, non lo so bene neache io, ma certamente sarà per il bel calcio che il Milan di Ancelotti esprimeva incantando tutta Europa. Ho immaginato che i finalizzatori di questa squadra possano essere indubbiamente: Maradona, colui che considero essere il Calcio, e Ronaldo, il fenomeno, uno dei giocatori più completi della storia del calcio: veloce, tecnico, potente. Dietro il mio numero 10, davanti alla difesa, non può mancare un maestro dai piedi educati, allora chi meglio di Pirlo?


Per avere, poi, un centrocampo vincente non si può fare a meno di inserire “muscoli” necessari per la fase difensiva, caratteristiche che non mancano a Seedorf, se non mi credete chiedelo a Cristiano Ronaldo, che giorni fa ha perso una sfida di addominali con Clarence. Per completare questo centrocampo, servirebbe un giocatore che abbini qualità e quantità, ma anche un po’ di sregolatezza, identikit che descrive a pennello Zidane. Tutti sanno che per primeggiare serve una buona difesa, quindi partendo dai centrali, il primo, certo, sarebbe Maldini, motivarne la scelta sarebbe superfluo; gli affiancherei Puyol, il signore che, a Barcellona, ricordano ancora come il Capitano; sull’esterno sinistro non può mancare R. (Gambeconpochimuscoli) Carlos, una macchina da calcio; infine, un altro brasiliano che non guasta mai, Cafu. Una squadra non potrebbe definirsi tale senza un portiere, la mia scelta è ricaduta su Allison, ma solo per l’idea di poter vedere il portiere lanciare di precisione direttamente su uno dei 3 libero davanti. Inviterei, quindi, i miei amici a voler provare a scrivere anche loro il loro “best team”, augurandomi di avere portato un po’ di leggerezza in questa condizione abbastanza pesante per tutti.

Quando “tutto questo” sarà passato

Inizierei la mia riflessione declinando il titolo che ho scelto di darle. Nonostante sia di facile e ovvia comprensione non vorrei che inciampassimo nell’errore di considerare e ridurre “tutto questo” a una “semplice” pandemia.

“Tutto questo” che stiamo vivendo parte da un paziente zero e si esplica in una serie di situazioni, avvenimenti, sensazioni e circostanze che fino ad oggi nessuno di noi ha mai vissuto in prima persona e forse solo letto sui libri di storia.

Una storia che insegna tanto ma dalla quale l’uomo difficilmente ha ancora imparato qualcosa.

Basti pensare che l’influenza spagnola tra il primo caso rilevato nel marzo 1918 e l’ultimo nel marzo 1920 uccise tra il 2,5% e il 5% della popolazione mondiale. Questo dato è ancora più spaventoso se rapportato alle vittime della grande guerra o a quello delle vittime della seconda guerra mondiale. Si pensa che probabilmente le vittime dell’influenza spagnola superino la somma delle vittime dei due grandi conflitti mondiali. Eppure, quando si pensa a qual é stato il principale disastro del XX secolo, nessuno a primo impatto considera l’influenza spagnola, anche gli stessi libri di storia, spesso, dedicano a questa poco più di un trafiletto.

Questo perché come scrive Laura Spinney nel suo libro sul tema : “il ricordo dell’influenza spagnola è personale, non collettivo, non è quello di una tragedia storica ma è fatto di milioni di silenziose tragedie private”.

E questo è un dato sul quale vorrei soffermarmi. Spesso, quando le situazioni non ci toccano in prima persona, tendiamo a considerarle come dei fattori esterni che sì, influenzano le dinamiche del mondo ma non la nostra vita.

Il coronavirus ha scoperto la nostra barriera con il mondo esterno mettendoci completamente a nudo di fronte alla situazione reale. Le restrizioni alle nostre libertà personali, ritenute di fatto e da sempre invalicabili e intangibili, hanno fatto si che tutti noi non fossimo più gli spettatori di una pandemia ma i suoi diretti protagonisti.

Allora, quando tutto questo sarà finito non potremo permettere che anche il coronavirus sia solo un trafiletto e niente più. Non possiamo permettere che le 28236 vittime, ad ora, accertate solo in Italia, rimangano soltanto delle tragedie private.

Contagiati o meno, dovremo tutti concordare su un dato: non possiamo più permettere che il mondo vada così avanti e rimanga, allo stesso tempo, così inesorabilmente indietro. Non dobbiamo farci trovare ancora una volta così suscettibili e impreparati.

Quando tutto questo sarà finito non potremo prescindere da un sistema sanitario brillante e dotato di personale pronto, preparato e in numero adeguato. Non dobbiamo dimenticare che la vera tragedia nella tragedia, quale è la mancanza di posti letto, dipende da scelte sconsiderate e poco lungimiranti che hanno determinato un calo del 30% del numero dei posti letto pro capite negli ospedali, collocandosi ben al di sotto della media europea, e questo chiaramente coinvolge anche le terapie intensive, nelle quali, agli albori della “tragedia” in Italia, erano presenti all’incirca 5100 posti letto, con una disponibilità che è fra le più basse d’Europa. Quando tutto questo sarò finito non dovremo acconsentire a nessun “taglio” che non sia il taglio di un nastro inaugurale a nuove strutture ospedaliere.

In un’epoca in cui esplode il pensiero No-vax e tutto il mondo è alla ricerca di un vaccino non dovremo permettere a niente e nessuno di ostacolare la scienza e la ricerca. Quando tutto questo sarà finito non dobbiamo dimenticare che anche questa volta la storia insegnerà, ma l’uomo dovrà finalmente imparare.

Le sfide dell’inter-regno

Di Alessandra Quattrone e Denise Namia

Dopo quasi due mesi di “limbo da quarantena”, dopo aver metabolizzato molte paure (ci siamo sentiti smarriti ma, realizzando ciò che è il vero fine di una associazione giovanile, ci siamo fatti compagnia virtuale, ogni giorno), abbiamo alzato lo sguardo al mondo che verrà. Ve lo diciamo subito: non ci sono risposte certe e sicure sul futuro post-pandemico o sulla fase 2. Ci siamo affidati ad amici esperti per capire cosa è successo fino ad ora e come gestire, nel miglior modo possibile, i prossimi scenari.
Partiamo da ciò che abbiamo vissuto. La lettura sociologica di Nuccio Bovalino* è che ci siamo ritrovati “in un inter-regno, come se non avessimo compiuto il passaggio psicologico verso il mondo nuovo che ci aspetta. Ci proiettiamo su una dimensione che al momento non possiamo delineare ma solo immaginare. Mi piace chiamarla “era virale” perché virale si accosta benissimo al virus, ma anche per il termine che è sempre utilizzato per indicare l’azione dei media. Doppia dimensione di questa era virale che ci porta a riflettere su come, ancora una volta, la natura ci ha dato una lezione, una lezione su come noi, con una visione prometeica (Prometeo: l’uomo che si fa divinità e viene punito per questo), di vivere su questo pianeta come se noi fossimo i padroni. Istinto di padroneggiare la realtà, (controllare la natura, la scienza). La natura interviene quando meno te lo aspetti per ricordarci che siamo semplicemente ospiti di un pianeta che spesso ci è molto ostile.” Settimane in cui la necessità di rimanere dentro le mura domestiche ha avuto come conseguenza un’impennata “touch”, la realtà che ci circonda, lavoro-scuola-amici-sport, ridotta ai pixel di uno schermo. E l’app “Immuni”? Fa paura. Il controllo dei movimenti individuali, seppur nella garanzia dell’anonimato, produce diffidenza. Andrà a prodursi una “ramificazione tra realtà e umanità come nei videogiochi”, ma con una “bio-polizia” che controllerà le nostre vite…fino a che punto?
Altro aspetto importante su cui si è focalizzato il nostro incontro virtuale è il benessere dei più piccoli, soprattutto in contesti familiari particolari. Come ben spiegato da Roberta Travia**, il primo DPCM del 9 marzo, ad esempio, non ha affrontato in alcun modo il tema dei figli di genitori separati e sul loro diritto di poter incontrare i genitori, lasciando dunque la “patata bollente”, un vuoto giuridico, in mano ai Tribunali, i quali hanno adottato provvedimenti non uniformi da una regione all’altra ( al Sud, in particolare, più restrittivi). La parola d’ordine dovrebbe essere “ragionevolezza” perché in ballo ci sono i diritti dei bambini di poter vivere un rapporto sereno con i genitori.
Quella fino ad ora evidenziata è la situazione delle famiglie separate ma, come ci ricorda Santo Cambareri***, i nuclei familiari sono variegati e “la pandemia ha toccato gli aspetti di tutto il ciclo di vita di un individuo, introducendo tante criticità come i bisogni primari di libertà, coesione.” L’obiettivo degli psicologi/psicoterapeuti sarà quello di aiutarci a ridisegnare il mondo che ci sarà dopo, a dare un senso a tutta questa situazione, la struttura famiglia sarà il primo “anticorpo”. “Lo scambio di bisogni emotivi e di esperienza può dare degli spunti per un confronto e un senso diverso di vedere le situazioni e le cose che ci circondano. Ci troviamo davanti ad un’esperienza inedita che nessuno si aspettava ci saremmo trovati ad affrontare. Sarebbe stato necessario e fondamentale capire come sono state affrontate le crisi precedenti di questa entità e prenderne spunto (ma non ce ne sono); per cui bisogna fare riferimento ai bisogni interni e primari dei singoli.”
Possibile antidoto? Potere critico e creativo che ci consentirà di creare il mondo di domani.

*Prof. Guerino Bovalino, sociologo, Università per Stranieri Dante Alighieri

** Avv. Roberta Travia, professore a contratto SSPL Università Mediterranea (RC)

***Dott. Santo Cambareri, psicologo e psicoterapeuta della famiglia