Quando “tutto questo” sarà passato

Inizierei la mia riflessione declinando il titolo che ho scelto di darle. Nonostante sia di facile e ovvia comprensione non vorrei che inciampassimo nell’errore di considerare e ridurre “tutto questo” a una “semplice” pandemia.

“Tutto questo” che stiamo vivendo parte da un paziente zero e si esplica in una serie di situazioni, avvenimenti, sensazioni e circostanze che fino ad oggi nessuno di noi ha mai vissuto in prima persona e forse solo letto sui libri di storia.

Una storia che insegna tanto ma dalla quale l’uomo difficilmente ha ancora imparato qualcosa.

Basti pensare che l’influenza spagnola tra il primo caso rilevato nel marzo 1918 e l’ultimo nel marzo 1920 uccise tra il 2,5% e il 5% della popolazione mondiale. Questo dato è ancora più spaventoso se rapportato alle vittime della grande guerra o a quello delle vittime della seconda guerra mondiale. Si pensa che probabilmente le vittime dell’influenza spagnola superino la somma delle vittime dei due grandi conflitti mondiali. Eppure, quando si pensa a qual é stato il principale disastro del XX secolo, nessuno a primo impatto considera l’influenza spagnola, anche gli stessi libri di storia, spesso, dedicano a questa poco più di un trafiletto.

Questo perché come scrive Laura Spinney nel suo libro sul tema : “il ricordo dell’influenza spagnola è personale, non collettivo, non è quello di una tragedia storica ma è fatto di milioni di silenziose tragedie private”.

E questo è un dato sul quale vorrei soffermarmi. Spesso, quando le situazioni non ci toccano in prima persona, tendiamo a considerarle come dei fattori esterni che sì, influenzano le dinamiche del mondo ma non la nostra vita.

Il coronavirus ha scoperto la nostra barriera con il mondo esterno mettendoci completamente a nudo di fronte alla situazione reale. Le restrizioni alle nostre libertà personali, ritenute di fatto e da sempre invalicabili e intangibili, hanno fatto si che tutti noi non fossimo più gli spettatori di una pandemia ma i suoi diretti protagonisti.

Allora, quando tutto questo sarà finito non potremo permettere che anche il coronavirus sia solo un trafiletto e niente più. Non possiamo permettere che le 28236 vittime, ad ora, accertate solo in Italia, rimangano soltanto delle tragedie private.

Contagiati o meno, dovremo tutti concordare su un dato: non possiamo più permettere che il mondo vada così avanti e rimanga, allo stesso tempo, così inesorabilmente indietro. Non dobbiamo farci trovare ancora una volta così suscettibili e impreparati.

Quando tutto questo sarà finito non potremo prescindere da un sistema sanitario brillante e dotato di personale pronto, preparato e in numero adeguato. Non dobbiamo dimenticare che la vera tragedia nella tragedia, quale è la mancanza di posti letto, dipende da scelte sconsiderate e poco lungimiranti che hanno determinato un calo del 30% del numero dei posti letto pro capite negli ospedali, collocandosi ben al di sotto della media europea, e questo chiaramente coinvolge anche le terapie intensive, nelle quali, agli albori della “tragedia” in Italia, erano presenti all’incirca 5100 posti letto, con una disponibilità che è fra le più basse d’Europa. Quando tutto questo sarò finito non dovremo acconsentire a nessun “taglio” che non sia il taglio di un nastro inaugurale a nuove strutture ospedaliere.

In un’epoca in cui esplode il pensiero No-vax e tutto il mondo è alla ricerca di un vaccino non dovremo permettere a niente e nessuno di ostacolare la scienza e la ricerca. Quando tutto questo sarà finito non dobbiamo dimenticare che anche questa volta la storia insegnerà, ma l’uomo dovrà finalmente imparare.

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