I nuovi leader

Che fine hanno fatto i grandi leader? È una domanda che, soprattutto nell’ultimo periodo, si sente ripetere sempre più di frequente. Dove sono finiti gli uomini carismatici che, alla testa dei loro popoli, sfidavano il fato per consegnarsi alla storia?
La risposta più ovvia si trova in un’immagine che periodicamente torna a girare su tutti i social, proprio per denunciare la scomparsa di queste figure, “tempi difficili generano uomini forti, tempi facili generano uomini deboli”. Ecco, con tutte le proporzioni del caso, l’assunto preso in considerazione non si sbaglia.
Riflettendoci, è poco probabile che ci sia carenza di uomini carismatici, capaci di guidare le masse con una leadership forte e risoluta. Ma è proprio questo il punto, ne si sente davvero la necessità?

Grandi leader non si nasce, lo si diventa adeguandosi ai tempi ed alle sfide, se questi lo richiedono.
Churchill, forse, il più grande leader che la storia del 900 ha consegnato, prima della II Guerra Mondiale non aveva più molto credito, eppure affrontò con grande capacità tale sfida.
Forse furono le richieste del mondo esterno a creare le condizioni per l’evolversi di un ricercato crescere politico di certi personaggi.

Attualmente non esistono grandi guerre, imprese cavalleresche. Fortunatamente, oserei.
I leader del XXI secolo non hanno la necessità, o capacità intellettuale, di dover essere condottieri in groppa ad un cavallo bianco.
Il mondo di oggi è troppo complesso, in quanto un solo individuo può produrre dei cambiamenti. La leadership di oggi ha la necessità di essere un organo collegiale, composto da una moltitudine di esperti nel proprio settore che hanno spiccate doti collaborative.
Un ottimo esempio potrebbe essere Nelson Mandela. Egli aveva una missione, talmente ben distribuita che, persino durante la sua prigionia, riusciva a fomentarne la lotta. E, anche una volta giunto al potere, fece una scelta in quella direzione. Avrebbe potuto dire: “Bene, ora sono fuori, prendo in mano il Paese come un dittatore”. Non lo fece. Instaurò, invece, una politica basata sulla collaborazione con molte persone, pur sapendo che questo avrebbe potuto procurargli dei nemici o dei concorrenti.
Un leader è una persona capace di mobilitare una fetta di popolazione al fine di raggiungere risultati straordinari. Le persone possono fare cose che non immaginavano o che non consideravano di poter fare, ma che si ritrovano così trascinati in una visione o missione, al punto di desiderare di seguire il loro leader. Ciò che è fondamentale prendere in considerazione è che, nel momento in cui ti ritrovi ad assumere il ruolo di leader, devi riuscire a mobilitare. Devi avere persone motivate, che pensano che il loro contributo abbia un valore e che quello che ottengono non sia qualcosa che chiunque potrebbe fare, ma qualcosa di straordinario. Esistono molteplici leader in svariati settori, nel privato e nel pubblico, e la cosa che di comune questi condividono grande è la capacità di trascinare e di articolare il pensiero circa la missione e le ambizioni in modo da convincere diversi stakeholder. Si possono mettere nei panni dei vari stakeholder, pensare come loro e descrivere loro la missione in un modo tale da allinearli. E sanno come cambiare il modo di lavorare sì da raggiungere un risultato eccezionale. In genere non si limitano a guidare la loro organizzazione ma anche il loro ecosistema, il loro network.
In questo momento, in una società multiculturale, in cui gli interessi sulla posta in gioco si toccano fino a confondersi, non si avverte più la necessità di un primus inter partes, che si prenda la responsabilità delle azioni, ma di una leadership carismatica e diffusa, che riesca a racchiudere al suo interno tutte le correnti e che possa, di seguito, produrre un dogma, nella cromatura delle sfaccettature ed interessi individuali.
È anche vero che le popolazioni si sentono spesso smarrite in assenza della guida di un leader popolare e tale senso di smarrimento si fa più frequente e pesante negli ultimi tempi. A guardare i capi delle maggiori potenze mondiali ed i trend di preferenza, sempre più in salita sono quei soggetti che richiedono una leadership personale piuttosto che un’azione di comando diffusa.
Per impedire di sentirsi legati alla necessità di un capo che guidi e offra un orientamento in tutto e per tutto, bisognerebbe cominciare ad imparare ad autodeterminarci. Tutti gli uomini dovrebbero cominciare a prenderesi delle piccole responsabilità. Per salvare il mondo conta più l’azione individuale piuttosto che l’immobilismo nell’attesa di una qualche indicazione dall’alto.
Non si è ancorati all’epoca del gaucho al cavallo, ma quella dell’intelletto, della sussidiarietà e dell’individualismo. Imparando ad essere leader del proprio finito spazio vitale, si potrebbe diventare dei buoni leader anche per l’ambiente di cui ci si circonda. Nell’insieme tutti piccoli ingranaggi di una macchina più grande, l’umanità, che ha bisogno della sincronia totale per esprimere tutta la sua straordinarietà.

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