Italexit? Riflessioni a chiare lettere…

In questi mesi di quarantena, nei quali si è molto discusso di BREXIT e degli aiuti che l’Europa doveva inviare e dei comportamenti tenuti delle istituzioni europee e dagli altri paesi dell’Unione Europea, in un momento cosi difficile e delicato per il nostro paese, in un clima di crescente anti-europeismo, mi sono voluto fermare a riflettere e tirare le mie conclusioni: se domani si votasse un referendum per l’Italiexit, che cosa voterei?

Dalle mie riflessioni sono giunto ad una conclusione, se l’economia, le banche ed i mercati non hanno un’anima e vivono secondo principi utilitaristici, per me i popoli, le nazioni, la storia del vecchio continente un’anima ce l’hanno e questa prevarrà, prevarrà perché il sangue versato ed i muri abbattuti, per tutti noi hanno dei significati profondi, sono delle cicatrici che ogni volta che le sfioriamo ci fanno male e ci ricordano a chi e a cosa dobbiamo la nostra libertà. Potrei incentrare questa riflessione sull’economia, le scelte politiche, le condizioni geopolitiche, le opportunità, l’Euro ecc ma invece voglio affrontare un altro lato del quale si parla poco, quello umano, storico e valoriale.

L’Unione Europea, un’istituzione relativamente giovane, debole, controversa e divisa su tutte le scelte economiche,  largamente criticata, ma che ha garantito il periodo di pace più lungo che il vecchio continente abbia conosciuto.

Noi oggi viviamo in un’epoca nella quale valori e libertà fondamentali come la democrazia, la libertà, la tolleranza e l’uguaglianza, ci sembrano scontante, ovvie e analizziamo i fatti con gli occhi ed i pensieri di chi la guerra non sa neppure cosa sia, eppure, non dobbiamo dimenticare che la nostra pace è stata costruita con un tributo di sangue senza precedenti. Non pensate solo alle lotte perpetrate nella seconda guerra mondiale, ma anche, ad esempio, alla rivolta di Budapest, alla guerra fredda e alla caduta del muro di Berlino, alla guerra nei Balcani, sono tutti eventi che hanno contribuito a formare quello che oggi è il mondo in cui viviamo.

Le stesse libertà e gli stessi valori che noi diamo per scontanti ancora, purtroppo, non sono minimante concessi in moltissimi paesi del mondo ed in molti altri vengono continuamente messi in discussione e ridimensionati, per favorire ritorni a forme di governo sempre più autoritarie.

E’ vero, ci sono parecchie cose che di questa Europa non vanno, un’istituzione bloccata su vincoli economici, nei quali i paesi del nord, ad oggi, “spadroneggiano”, a discapito di quelli del sud, ma di chi è la colpa? Chi ha posto il nostro paese in queste condizioni se non i governi che si sono succeduti nel corso del tempo?

È sicuramente più facile scaricare le responsabilità dei nostri problemi nazionali sugli altri, aiuta la politica a distrare il dibattito, identificando un nemico esterno per distogliere l’attenzione dalle proprie responsabilità, è un’offesa all’intelligenza umana, volta a dare un nemico alla frustrazione di chi non arriva a fine mese, di chi non riesce a trovare un lavoro, di chi si trova in una situazione di povertà o disagio sociale grave.

Pensare che noi popolo italiano non possiamo cambiare l’Europa che oggi conosciamo, pensare che uscire sia la soluzione ai nostri problemi, sentirci inferiori ad altre nazioni che citiamo sempre come esempi, è la cosa più sbagliata che possiamo fare, dobbiamo conoscere, capire e metabolizzare la storia del nostro paese e del nostro popolo, per comprendere che gli altri non stanno facendo altro se non quello che i nostri avi gli hanno insegnato e che noi, purtroppo abbiamo dimenticato. Ricordiamoci – sempre – che mentre noi eravamo Roma, gli altri erano barbari.

Dobbiamo studiare per capire e comprendere che per essere più forti in Europa serve riconoscersi in una forte identità nazionale, serve capire che se il patriottismo è un valore, il nazionalismo è un disvalore e dobbiamo farlo proprio ora, nel momento in cui molti ancora accostano e utilizzano come sinonimi termini cosi distanti ed in antitesi l’uno dall’altro.

L’amore per la patria, viene da lontano, viene dalla lotte risorgimentali contro le invasioni straniere, viene dall’amore di un popolo che lotta per la propria libertà, è un atto d’amore verso una comunità nazionale nulla a che vedere con la folle visione estrema di supremazia nazionalista, anzi, tenderei a dire che ne rappresenta il principale antidoto.

I valori, le idee, vanno coltivati quotidianamente con la cultura, il sapere ed i comportamenti. Ogni giorno dobbiamo lavorare per rafforzare valori fondamentali ed inalienabili come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza e la tolleranza, nella consapevolezza che qualsiasi spinta antidemocratica, nazionalistica o di estremismo religioso, potrebbe essere una minaccia alle nostre libertà individuali ed al nostro modo di vivere.

La storia ci ha insegnato che nulla dura in eterno, qualsiasi periodo storico prima o poi muta, in meglio o in peggio, nulla va dato per scontato comprese la pace e le nostre libertà individuali e l’Unione Europea, in quest’ottica, costituisce la nostra garanzia principale. Pensate ai più grandi imperi della storia nel picco del loro splendore, chi in quei momenti pensava che sarebbero finiti?

L’Italia e gli italiani, il nostro “genio”, la nostra creatività, rappresentano il sale di un’Europa che deve ancora veramente sbocciare.

La storia, come la politica o si fanno o si subiscono e per farle bisogna esserci, bisogna dire la propria, combattere per le nostre idee.

Il passato serve a raccontarci il nostro presente e darci le basi per scrivere il futuro della storia e quel futuro lo possiamo scrivere solo se lo immaginiamo, solo se lo sogniamo, solo se guardiamo avanti, solo se…guardiamo oltre!

IL COVID-19 abbatte il Digital divide con lo “smart working fai da te”.

Se c’è un cosa che mi ha piacevolmente stupito in questi giorni di quarantena è sicuramente la rapida evoluzione nell’utilizzo delle tecnologie, vedere mio nonno che abita in un paese di poche anime videochiamarmi su whatsapp è stato sicuramente uno dei principali fattori che hanno ispirato quest’articolo. Questo tempo ci ha abituato a vedere sui social di tutto, dalle lauree in giacca, pantaloncini e ciabatte, alle riunioni di lavoro in tuta, la vita sociale al tempo del distanziamento sociale si è spostata in rete e questo blog ne è anche un frutto.

Lo chiarisco fin da subito, per me lo smart working va bene fino ad un certo punto e solo per determinate attività, faccio parte di quelle persone che hanno la necessità mentale di dividere gli spazi e la concentrazione lavorativa che riesco ad avere allo studio non la ritrovo da nessun’altra parte.

Notoriamente, piaccia o no, le guerre e le pandemie sono quelle che hanno accelerato i processi di innovazione umana degli ultimi 13.000 anni.

Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni L’evoluzione nell’utilizzo delle nuove tecnologie su vasta scala , terminata questa pandemia, lascerà sicuramente il segno. Anni spesi per colmare il famoso “Digital Divide” superati dopo alcuni giorni di quarantena. Tesi sostenuta da Jared Diamond nel suo libro che ha per titolo “Armi, acciaio e malattie”, pubblicato da Einaudi. Il libro illustra come guerre, genocidi e pandemie risultino essere delle esperienze collettive che lasciano profonde tracce nelle abitudini e nelle vite di chi li ha subite e soprattutto nella storia, anche dopo che siano finite.

Sicuramente questo periodo cambierà notevolmente il mondo del lavoro, un processo irreversibile, ormai accelerato dallo smart working di questi giorni, che potremmo definire “di fortuna”, dettato più dalla necessità che da una reale volotà di cambiamento. Moltissimi non erano pronti ad un utilizzo cosi impregnante su vasta scala. Le scuole non avevano le dotazioni tecnologiche e le conoscenze necessarie, molte aziende non avevano e non hanno strutture informatiche idonee, sia in termini di hadware che software, infatti si è spesso ripiegato utilizzando apparecchiature informatiche di fortuna o date in prestito da qualcuno.  La Stessa INPS per il grande afflusso si è ritrovata con i server sovraccarichi per giorni.

Sicuramente, nei prossimi mesi, lo stato italiano si dovrà prodigare affinché ogni ragazzino abbia il suo PC o Tablet personale, non solo per seguire le lezioni a distanza ma anche come forma di bagaglio di competenze personali per il futuro mercato del mondo del lavoro.

Questa situazione di necessità ha permesso di aprire le menti di tutti quelli che vedevano nello Smart Working un modo per evadere il lavoro, uno strumento per frodare il datore di lavoro, tutti coloro i quali misuravano il lavoro in funzione delle ore di scrivania piuttosto che in quantità e qualità del lavoro prodotto. Un vecchio retaggio culturale da parte dei datori di lavoro che “devono tenere sott’occhio” i dipendenti e che saranno rimasti ammutoliti dalla risposta produttiva di molti dipendenti.

Sicuramente lo smart working non può rappresentare la totalità del settore, và alternato con la presenza in ufficio, se non altro perché la necessità di avere un’identità lavorativa definita, lo scambio di idee, l’accrescimento professionale nascono dal confronto costante negli ambienti di lavoro e non sicuramente da soli dietro un pc a casa.

Sicuramente, questa forma di lavoro, può contribuire ad un aumento della produttività individuale e ad una maggiore opportunità per la conciliazione dei tempi tra famiglia e vita lavorativa, ma non può rappresentare, a mio avviso, la totalità della vita lavorativa di una persona.

Quest’apertura, tuttavia, non basta, serviranno nuovi modelli organizzativi per rendere strutturale e duratura questa nuova metodologia di lavoro.

Se è vero che queste nuove metodologie di lavoro e apprendimento si servono di strumenti informatici, sarà anche necessario rimettere al centro le persone, valorizzando il loro potenziale e le loro capacità di formazione e sviluppo individuali.

Da un lato, lo Smart Working permette meno spostamenti e di ridurre “i tempi morti” ma dall’altro, per molti, sta diventando una fonte di stress inesauribile, si rischia di venire assorbiti interamente dalla vita lavorativa, rompendo ogni routine giornaliera e sociale fin qui creata, fino a moltiplicare le ore dedicate al lavoro e a ridurre il “diritto alla disconnessione” di ciascuno.

A cambiare saranno anche le figure e le competenze richieste dal mondo del lavoro, ma ne parleremo nelle prossime riflessioni.