IL COVID-19 abbatte il Digital divide con lo “smart working fai da te”.

Se c’è un cosa che mi ha piacevolmente stupito in questi giorni di quarantena è sicuramente la rapida evoluzione nell’utilizzo delle tecnologie, vedere mio nonno che abita in un paese di poche anime videochiamarmi su whatsapp è stato sicuramente uno dei principali fattori che hanno ispirato quest’articolo. Questo tempo ci ha abituato a vedere sui social di tutto, dalle lauree in giacca, pantaloncini e ciabatte, alle riunioni di lavoro in tuta, la vita sociale al tempo del distanziamento sociale si è spostata in rete e questo blog ne è anche un frutto.

Lo chiarisco fin da subito, per me lo smart working va bene fino ad un certo punto e solo per determinate attività, faccio parte di quelle persone che hanno la necessità mentale di dividere gli spazi e la concentrazione lavorativa che riesco ad avere allo studio non la ritrovo da nessun’altra parte.

Notoriamente, piaccia o no, le guerre e le pandemie sono quelle che hanno accelerato i processi di innovazione umana degli ultimi 13.000 anni.

Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni L’evoluzione nell’utilizzo delle nuove tecnologie su vasta scala , terminata questa pandemia, lascerà sicuramente il segno. Anni spesi per colmare il famoso “Digital Divide” superati dopo alcuni giorni di quarantena. Tesi sostenuta da Jared Diamond nel suo libro che ha per titolo “Armi, acciaio e malattie”, pubblicato da Einaudi. Il libro illustra come guerre, genocidi e pandemie risultino essere delle esperienze collettive che lasciano profonde tracce nelle abitudini e nelle vite di chi li ha subite e soprattutto nella storia, anche dopo che siano finite.

Sicuramente questo periodo cambierà notevolmente il mondo del lavoro, un processo irreversibile, ormai accelerato dallo smart working di questi giorni, che potremmo definire “di fortuna”, dettato più dalla necessità che da una reale volotà di cambiamento. Moltissimi non erano pronti ad un utilizzo cosi impregnante su vasta scala. Le scuole non avevano le dotazioni tecnologiche e le conoscenze necessarie, molte aziende non avevano e non hanno strutture informatiche idonee, sia in termini di hadware che software, infatti si è spesso ripiegato utilizzando apparecchiature informatiche di fortuna o date in prestito da qualcuno.  La Stessa INPS per il grande afflusso si è ritrovata con i server sovraccarichi per giorni.

Sicuramente, nei prossimi mesi, lo stato italiano si dovrà prodigare affinché ogni ragazzino abbia il suo PC o Tablet personale, non solo per seguire le lezioni a distanza ma anche come forma di bagaglio di competenze personali per il futuro mercato del mondo del lavoro.

Questa situazione di necessità ha permesso di aprire le menti di tutti quelli che vedevano nello Smart Working un modo per evadere il lavoro, uno strumento per frodare il datore di lavoro, tutti coloro i quali misuravano il lavoro in funzione delle ore di scrivania piuttosto che in quantità e qualità del lavoro prodotto. Un vecchio retaggio culturale da parte dei datori di lavoro che “devono tenere sott’occhio” i dipendenti e che saranno rimasti ammutoliti dalla risposta produttiva di molti dipendenti.

Sicuramente lo smart working non può rappresentare la totalità del settore, và alternato con la presenza in ufficio, se non altro perché la necessità di avere un’identità lavorativa definita, lo scambio di idee, l’accrescimento professionale nascono dal confronto costante negli ambienti di lavoro e non sicuramente da soli dietro un pc a casa.

Sicuramente, questa forma di lavoro, può contribuire ad un aumento della produttività individuale e ad una maggiore opportunità per la conciliazione dei tempi tra famiglia e vita lavorativa, ma non può rappresentare, a mio avviso, la totalità della vita lavorativa di una persona.

Quest’apertura, tuttavia, non basta, serviranno nuovi modelli organizzativi per rendere strutturale e duratura questa nuova metodologia di lavoro.

Se è vero che queste nuove metodologie di lavoro e apprendimento si servono di strumenti informatici, sarà anche necessario rimettere al centro le persone, valorizzando il loro potenziale e le loro capacità di formazione e sviluppo individuali.

Da un lato, lo Smart Working permette meno spostamenti e di ridurre “i tempi morti” ma dall’altro, per molti, sta diventando una fonte di stress inesauribile, si rischia di venire assorbiti interamente dalla vita lavorativa, rompendo ogni routine giornaliera e sociale fin qui creata, fino a moltiplicare le ore dedicate al lavoro e a ridurre il “diritto alla disconnessione” di ciascuno.

A cambiare saranno anche le figure e le competenze richieste dal mondo del lavoro, ma ne parleremo nelle prossime riflessioni.