Scarcerazione sì, scarcerazione no. Quanto siamo “civili”?

Questo virus ci renderà migliori. Quante volte l’abbiamo sentito ripetere da quando è scoppiata l’emergenza? A farmi riflettere su questo aspetto è il caso delle carceri italiane, un enorme bubbone che, pompato e pungolato dall’attenzione mediatica riguardo le scarcerazioni “ingiuste”, ha aperto la porta ai commentatori seriali. Scarcerazione sì, scarcerazione no, “devono marcire in galera”, “hanno tolto la vita a della gente, non meritano di tornare a casa”. La pancia fa urlare o, in questo caso, digitare spasmodicamente la propria riflessione per affidarla ai social, un enorme pozzo che può facilmente “inquinarsi”, basta una goccia perché tutto si contamini in modo virale. Sarà che la questione dell’etica sull’utilizzo dei social mi sta molto a cuore, ma seguire i commenti sulle scarcerazioni mi ha lasciato molto amarezza. In primo luogo perché il commentatore seriale, nella maggior parte dei casi, disconosce alcuni meccanismi del nostro sistema giudiziario e penitenziario, in secondo luogo perché mi sono chiesta se, dopo aver “avvelenato il pozzo” quello stesso commentatore seriale si sia sentito una persona migliore.

Galeotta è stata la scarcerazione di un boss detenuto in 41bis a Sassari a causa dell’emergenza Covid-19, malato da tempo, situazione che ha fatto propendere i giudici del Tribunale di Sorveglianza per la sostituzione del regime di detenzione in carcere con i domiciliari, in assenza di alternative valide. In questi casi, infatti, è il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (il Dap) che, sollecitato dai giudici competenti, dovrebbe rispondere fornendo disponibilità di una struttura carceraria idonea a curare il detenuto. In questo preciso caso, la risposta del Dap non è arrivata e dunque il boss è stato mandato a casa. La risposta “politica” è stata quella di far saltare la testa (per usare una metafora) del capo del Dap, Basentini. Ma sappiamo che questa è solo la punta dell’iceberg di un sistema che andrebbe a mio avviso totalmente rivisto.

L’Italia è stata più volte bacchettata dalla Corte di Strasburgo circa il sovraffollamento delle carceri, questione acutizzata dall’emergenza coronavirus. Come impedire la diffusione dei contagi se, in alcuni casi ci ritroviamo al limite della proporzione, minima, di 4mq per detenuto nelle celle multiple? (Rapporto sullo spazio vitale stabilito dalla sentenza Cedu “Torreggiani”). Come garantire il diritto alla salute a questi esseri umani se, in molti casi non vi sono risorse per garantire assistenza sanitaria h24 dentro le mura? Perché sì, dobbiamo ricordarcelo che sono esseri umani e non carne da macello, tanti soffrono di patologie o dipendenze, vanno curati in ogni caso. Come tutelare i sanitari e gli agenti penitenziari che prestano servizio in carcere tra mille difficoltà e carenze di organico? Neanche loro sono carne da macello. E’ chiaro che vada salvaguardata la salute di tutti, nessuno escluso.

Mi piace ricordare che il metro di misura per una società civile degna di essere definita tale è l’umanità. Se un assassino ha ucciso e viene condannato (IN VIA DEFINITIVA), deve scontare la sua pena, deve essere rieducato-per quanto possibile- all’umanità. Lo stesso dicasi per tutti quelli che commettono reati tra i più vari: vanno rieducati, devono riappropriarsi di una coscienza civile. Lo prevede la nostra Costituzione all’articolo 27. Ricordiamolo quando sventoliamo il diritto di esprimere liberamente un’opinione, quando ci sentiamo “migliori”.

Ricordiamoci che il Tribunale della Santa Inquisizione di Facebook non può emettere sentenze contro indagati o detenuti in custodia cautelare. La custodia cautelare in carcere è sempre un’eccezione e non la regola: proprio per questo, se in tempo di coronavirus, qualcuno ha beneficiato della sostituzione della misura con una meno afflittiva, non va colpevolizzato. Aspettiamo una condanna definitiva prima di giudicarlo colpevole (ce lo ricordano sempre i nostri Padri Costituenti sempre all’articolo 27).

 Umanizziamoci.

Elogio alla Bellezza

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“Se si insegnasse la Bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla Bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Cosi scriveva Peppino Impastato, giornalista e pensatore libero, ancor prima che simbolo di lotta contro la mafia.

Ma cos’è la Bellezza? Domanda forse banale ma in un mondo iper-tecnologico, dominato dalle mode, dagli status symbol, parlare di educazione alla bellezza è fondamentale.

Avete ragione, però, ad affermare che il bello sia soggettivo. Una somma di tanti fattori, come le nostre esperienze, il contesto culturale, il nostro stato d’animo, la qualità delle nostre emozioni.

Spesso confondiamo nell’immaginario collettivo ciò che appare con ciò che è bello però. Seguiamo i canoni sociali diffusi, i bisogni indotti da una cultura del conformismo, la competizione serrata. Così corriamo il rischio di scambiare ciò che è bello con ciò che piace a tutti, uniformando un concetto che in realtà è l’apoteosi della personalizzazione.

Educare alla Bellezza per tornare a meravigliarsi. E sapersi meravigliare per vedere il bello.

Se ci pensiamo bene, quelle che vediamo come epoche d’oro, hanno investito tanto sul bello. Sulla bellezza degli spazi e dell’ambiente che ci circonda. Firenze, Roma, Parigi..

La bellezza non è confinata nelle mura di un museo, alla portata solo dei dotti.

Di bellezza ci si nutre. Passeggiando per luoghi belli non vi capita di sentirvi meglio?

Ma educare alla Bellezza non è semplice. Per cominciare, è indispensabile riconoscerla e molto spesso riconoscerla è la parte più complicata della faccenda: una matassa, sempre identica e altrettanto ingarbugliata, di difficile soluzione e comprensione.

Educarci alla Bellezza non è come imparare mnemonicamente l’alfabeto o le tabelline. Bisognerebbe abituarci al bello ritagliando del tempo alla routine per cercarlo nel quotidiano, nella semplicità, nella natura. Solo attraverso questo allenamento ci si aiuta a sviluppare quel “senso”. Non si tratta, dunque, solo di soffermarsi alla percezione estetica, ma imparare a rintracciare nella realtà una qualità positiva. Ciò porta a vivere e sperimentare un’esperienza verso il bello, maturando un elemento fondamentale: il senso critico su cose, persone, situazioni.

Bisogna partire dai bambini, dal futuro. Insegnarli a trovare la loro personale forma di bellezza che li faccia affrontare col sorriso la quotidianeità.

Ma anche gli adulti dovrebbero uscire dal loro mondo disilluso e staccare l’orologio dell’età. Togliere l’orologio, come fanno i cinesi prima della cerimonia del tè, perché la Bellezza ha a che fare con l’eternità.

“La bellezza salverà il mondo”

Fëdor Dostoevskij

Historia magistra vitae

Fermiamoci un attimo e immaginiamo.

Immaginiamo un  Mondo che vive in un’epoca dorata, una  situazione economica rosea per tutti. Indice di tale benessere e di una diffusa fiducia verso il futuro è la crescita veloce, velocissima, della popolazione.

Il clima è mite e le stagioni sono ben definite. Nuove rotte commerciali favoriscono una crescita orizzontale dei prodotti e la loro globalizzazione. L’ultima grande guerra sembra quasi un ricordo.

No, non ci troviamo a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio. Ci siamo spostati un po’ più indietro. Nel XIII secolo precisamente. L’epoca di Dante, di Marco Polo. L’epoca in cui si inventano le banche e le università.

In questo periodo di “ozio” forzato, leggendo del passato, si è fatta forza nella mia mente la famosa frase di Cicerone, “Historia magistra vitae”.

Ma perché dovrebbe importarci cosi profondamente di avvenimenti di quasi un millennio fa?

Perché oggi in un mondo che procede alla velocità della luce rispetto già solo al secolo scorso dovremmo affidarci e consigliarci con avvenimenti passati?

Ci soccorre Gianbattista Vico ed i suoi “corsi e ricorsi storici”.

 Ciò non significa, come comunemente si interpreta, che la storia si ripeta. Al contrario, vuole piuttosto significare che l’uomo è sempre uguale a se stesso pur nel cambiamento delle situazioni e dei comportamenti storici. Ciò che si presenta di nuovo nella storia è solo paragonabile per analogia a ciò che si è già manifestato.

Ed è cosi che si arriva ai tempi nostri. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito a dei cambiamenti radicali, non solo nel nostro modo di vivere ma anche nel mondo che ci circonda. Crisi economica, cambiamenti climatici e per ultima la pandemia da COVID19. Sfide che ci sono apparse e che ci appaiono tutt’oggi insormontabili, nonostante ciò, calandoci nel  ruolo di  semplici osservatori vediamo che quello che stiamo vivendo nelle ultime due decadi è già accaduto.

Ci localizziamo nel XIV secolo. La popolazione sempre crescente mette in crisi la produzione dei beni di prima necessità e si cominciano ad avere le prime carestie, ma l’uomo indomito, comincia a spingersi anche verso terreni poco produttivi per sopperire alle mancanze, terrazzando finanche le montagne. A dare un colpo netto alle speranze, ci si mette il clima. Sarà un’epoca conosciuta come “La piccola era glaciale”. Giusto per intenderci la Senna o il Tamigi ghiacciavano interamente.

Le grandi guerre considerate ormai lontane tornano con una forza immensa. Sarà il secolo della guerra dei cent’anni, tra inglesi e francesi. Per finanziare queste guerre i signori crearono un enorme debito verso le banche che prestavano di buon grado dei soldi ai Re salvo poi fallire quando questi non potevano più pagare i debiti. Innescando una profonda crisi economica.

Nel 1300 il mondo viene scosso a più riprese dall’ epidemia di peste. Il sistema collassa, la popolazione è dimezzata!

Ancora, perché dovrebbe importarci così profondamente di avvenimenti di quasi un millennio fa?

A mio avviso le analogie sono lampanti. Noi come loro stiamo vivendo un periodo di profonda recessione, di crescita demografica incontrollata, di cambiamenti climatici (e sta volta lo zampino ce lo abbiamo messo anche noi) e giusto per non farci mancare nulla ci siamo concessi anche una pandemia.

“Historia magistra vitae” torna nel suo significato più forte. Cosa possiamo prendere come insegnamento da avvenimenti cosi lontani eppure così simili ai nostri?

Nel XIV è indubbio che la popolazione non si arrese. Ad ogni minimo spiraglio si provava e ci si ingegnava a ripartire. Nasce la borghesia e si cominciano a gettare le basi per quella che sarà la rivoluzione francese. I nuovi borghesi vogliono abiti nuovi e le sartorie pregiate, per sopperire alla crisi del settore,  si attrezzano anche per la produzione di abiti a buon mercato. Il calo demografico nei conventi, quelli maggiormente colpiti dalla peste, porterà alla ricerca ed alla successiva invenzione della stampa a caratteri mobili, data la scarsità nel reperire amanuensi. In tutto il mondo si avverte una profonda voglia e spinta per non soccombere al corso degli eventi.

Di lì a poco assisteremo alla nascita di un’epoca di massimo splendore, il Rinascimento.

È qui che la storia si fa maestra di vita, per noi moderni, proiettati sempre al futuro ma con una scarsa memoria storica. Ci siamo fossilizzati in locuzioni mentali che ci hanno reso convinti di non poter intercedere con vostra signora provvidenza. E cosi abbiamo perso ogni voglia, ogni spinta a voler ripartire.

È qui, che la storia ci insegna che dei popoli con scarsi mezzi, con scarse conoscenze, hanno sempre avuto l’ardire di reagire ai tempi avversi. Questo sentimento deve essere il nostro maestro. Ci sono ancora milioni di nuovi orizzonti da scoprire, milioni di esperienze da vivere e di cose da inventare.

Perché “la felicità si può trovare anche nei tempi più oscuri, se solo ci si ricorda di accendere la luce”

E allora uomo alza la testa.

Fatti nuovamente creatore.

Sii degno del tuo passato.

Sii degno di essere Essere Umano.

Ci rivedremo, ne sono sicuro!

E sotto un cielo stellato ammireremo un nuovo Rinascimento.

Quando “tutto questo” sarà passato

Inizierei la mia riflessione declinando il titolo che ho scelto di darle. Nonostante sia di facile e ovvia comprensione non vorrei che inciampassimo nell’errore di considerare e ridurre “tutto questo” a una “semplice” pandemia.

“Tutto questo” che stiamo vivendo parte da un paziente zero e si esplica in una serie di situazioni, avvenimenti, sensazioni e circostanze che fino ad oggi nessuno di noi ha mai vissuto in prima persona e forse solo letto sui libri di storia.

Una storia che insegna tanto ma dalla quale l’uomo difficilmente ha ancora imparato qualcosa.

Basti pensare che l’influenza spagnola tra il primo caso rilevato nel marzo 1918 e l’ultimo nel marzo 1920 uccise tra il 2,5% e il 5% della popolazione mondiale. Questo dato è ancora più spaventoso se rapportato alle vittime della grande guerra o a quello delle vittime della seconda guerra mondiale. Si pensa che probabilmente le vittime dell’influenza spagnola superino la somma delle vittime dei due grandi conflitti mondiali. Eppure, quando si pensa a qual é stato il principale disastro del XX secolo, nessuno a primo impatto considera l’influenza spagnola, anche gli stessi libri di storia, spesso, dedicano a questa poco più di un trafiletto.

Questo perché come scrive Laura Spinney nel suo libro sul tema : “il ricordo dell’influenza spagnola è personale, non collettivo, non è quello di una tragedia storica ma è fatto di milioni di silenziose tragedie private”.

E questo è un dato sul quale vorrei soffermarmi. Spesso, quando le situazioni non ci toccano in prima persona, tendiamo a considerarle come dei fattori esterni che sì, influenzano le dinamiche del mondo ma non la nostra vita.

Il coronavirus ha scoperto la nostra barriera con il mondo esterno mettendoci completamente a nudo di fronte alla situazione reale. Le restrizioni alle nostre libertà personali, ritenute di fatto e da sempre invalicabili e intangibili, hanno fatto si che tutti noi non fossimo più gli spettatori di una pandemia ma i suoi diretti protagonisti.

Allora, quando tutto questo sarà finito non potremo permettere che anche il coronavirus sia solo un trafiletto e niente più. Non possiamo permettere che le 28236 vittime, ad ora, accertate solo in Italia, rimangano soltanto delle tragedie private.

Contagiati o meno, dovremo tutti concordare su un dato: non possiamo più permettere che il mondo vada così avanti e rimanga, allo stesso tempo, così inesorabilmente indietro. Non dobbiamo farci trovare ancora una volta così suscettibili e impreparati.

Quando tutto questo sarà finito non potremo prescindere da un sistema sanitario brillante e dotato di personale pronto, preparato e in numero adeguato. Non dobbiamo dimenticare che la vera tragedia nella tragedia, quale è la mancanza di posti letto, dipende da scelte sconsiderate e poco lungimiranti che hanno determinato un calo del 30% del numero dei posti letto pro capite negli ospedali, collocandosi ben al di sotto della media europea, e questo chiaramente coinvolge anche le terapie intensive, nelle quali, agli albori della “tragedia” in Italia, erano presenti all’incirca 5100 posti letto, con una disponibilità che è fra le più basse d’Europa. Quando tutto questo sarò finito non dovremo acconsentire a nessun “taglio” che non sia il taglio di un nastro inaugurale a nuove strutture ospedaliere.

In un’epoca in cui esplode il pensiero No-vax e tutto il mondo è alla ricerca di un vaccino non dovremo permettere a niente e nessuno di ostacolare la scienza e la ricerca. Quando tutto questo sarà finito non dobbiamo dimenticare che anche questa volta la storia insegnerà, ma l’uomo dovrà finalmente imparare.

Mille e trentanove.

1.039 purtroppo non è il titolo di una nuova serie tv, né di un film in prima serata sui nostri schermi.

È un dato sconcertante che testimonia quante donne, solo nel mese di aprile, hanno denunciato al numero “antiviolenza” degli abusi, circa 641 in più rispetto allo scorso anno.

Dunque, “Io resto a casa” sì, ma con chi?

È inconcepibile come le restrizioni previste per attenuare il diffondersi della pandemia da Covid-19 abbiano contribuito a questa ignobile causa, facendo sentire sempre meno sicure le donne dentro le mura della propria abitazione, portandole ancora una volta ad essere vittime di uno sfacelo, di chi crede che la violenza sia il giusto mezzo attraverso cui vivere e comunicare.

Ma come possiamo, dunque, tacere davanti a mille-e-trentanove donne, madri, mogli, figlie, compagne e fidanzate, che in poco più di 20 giorni sono state, ancora una volta, maltrattate ed abusate dai loro uomini?

Come possiamo fingere che non ci tocchi, che non ci riguardi, che non sia un problema degno di nota ed interesse? Trovo sia indicibile e disumano.

Ma ancor di più trovo che sia inconcepibile non volgere lo sguardo oltre queste 1.039 segnalazioni, laddove sta chi vorrebbe ma non denuncia. Donne che per timore continuano a tacere, o per amore continuano a sopportare.

Ebbene l’amore non è questo, mie care! L’amore non abusa, non maltratta, non uccide, ma protegge, incoraggia, sostiene, accarezza e abbraccia.

Non abbiate timore di sputare la verità su chi vi maltratta, vi abusa e calpesta la vostra dignità.

Non abbiate paura di amare voi stesse.

Non siete da sole, non siamo da sole.

Helga Schneider scrive: “La violenza sulle donne è antica come il mondo, ma oggi avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri.”

E allora mi sento di dire: denunciate!

Fatelo, sempre, affinché possa la nostra società mettere un punto definitivo a questo disastro continuo.

Non abbiate timore, mai.

Nel mondo che vorrei

Viviamo un periodo in cui giornalmente siamo bombardati da una domanda “come sarà dopo?”. Mai come oggi l’uomo si è preoccupato di come sarà domani. Di cosa ci aspettiamo, di cosa vogliamo, di dove vogliamo andare.

Il mondo che vorrei…mi risuonano nell’anima le parole della ben nota definizione Leibniziana: “il migliore dei mondi possibili” …E dunque no, di certo non è questo il pianeta verde-azzurro che vorrei consegnare ai miei figli, ai giovani della Terra, affinché ci mettano su famiglie e piantino vite nuove, disegnando ponti di sogno tra cielo e terra, come l’arcobaleno biblico ben rappresentava.

Nel mondo che vorrei, Facebook servirebbe a connettere le persone lontane non a sostituire quelle vicine.

Nel mondo che vorrei, non ci sarebbero più guerre, fame e carestia.

Nel mondo che vorrei, il merito sarebbe l’unico metro di giudizio.

Nel mondo che vorrei, godremmo di quel tramonto unico sullo stretto, di quell’abbraccio dato di sfuggita. Di quelle istantanee che durano più di 24\h, per sempre dentro la nostra mente.

Nel mondo che vorrei, si riscoprirà il valore della comunità. Dell’Unità

Nel mondo che vorrei…

Nel mondo che è… Io, noi, qui, pronti a fare i laudatores temporis acti, come se la storia dell’uomo non si fosse sempre macchiata di efferatezze, crimini e crisi di ogni genere. Ma come i nostri padri, ostinati, sono andati avanti con tenacia, a ricostruire ciò che era rovinato, a innalzare torri e a spianare le montagne se necessario, così noi dovremo darci dentro con amore folle e determinazione quasi insensata, per essere degni del titolo di Umani, per reggere lo sguardo delle tremule stelle, e la sfida sempiterna di questa bella, implacabilmente bella Luna.

E tu, che mondo vorresti?

Angoli di umanità tra le “macerie”

C’è una battaglia silente che si sta consumando parallela a quella contro il covid-19, una lotta che anche a distanza di millenni non ha vaccino né anticorpi. Siamo sempre quelli “della pietra e della fionda”… il virus della paura si annida nelle viscere e sì, in molti ha mandato all’aria secoli di umanizzazione, imbruttiti.
La necessaria distanza sociale delle ultime settimane ci ha estraniati dal reale imprigionandoci tra le mura di casa e, unita a quella che potremmo definire una lotta alla sopravvivenza (economica), ha riacceso in tanti la fiammella primordiale dell’egoismo, dell’uno contro tutti che Thomas Hobbes chiamava “stato di natura” e che si ritiene di solito superato grazie alla civiltà. Una civiltà che però non ha fatto i conti con la modernizzazione, l’abuso dei social e l’assenza di tatto per gli altri al di là della rete, della frustrazione attuale che porta gli “avvelenatori di pozzi” a premere compulsivamente il tasto “condividi”.
Respirare e riappropriarsi di sé stessi, anche con il silenzio perché “è il miglior modo per incontrare i nostri sogni” diceva il compianto Luis Sepulveda. E noi, lontani dal baccano, abbiamo ritagliato il nostro angolo virtuale e ci siamo fatti compagnia, abbiamo esorcizzato i nostri fantasmi e scherzato sui nostri pigiami buffi, tra aperitivi insieme nei rispettivi salotti e memes irriverenti. Abbiamo soffiato sulle nostre 12 candeline, lontani ma pur sempre umani. Abbiamo continuato a costruire, pronti per quel mondo che domani ci attende per essere rimesso in piedi.